Pubblicato da: OscarQ | marzo 3, 2014

C’è qualcosa che mi manca

C’è qualcosa che mi manca.
Ho cercato di capire dietro alla corazza di cartapesta, ho cercato di trattenere il fiato mentre il livello saliva lento, ti ho vista recitare mangiando la polvere del palco mentre ti allontanavi da me, come quel personaggio tronfio che interpretavi.
A volte piango ancora,
a volte cerco di ricordare come si respira a pieni polmoni, i singhiozzi sono frane che si schiantano e le palpebre si sgretolano come il Vajont, e tu di fronte a me cedevi, scricchiolavi, perdevi il tuo vantaggio e finché la furia dell’acqua non ti ha polverizzata eri salda come cemento.
Sorvoliamo i motivi, meglio essere alianti, in fondo siamo di fronte ora, nudi come allora, e non ci resta che affrontare il silenzio che ci divide.
Il tempo passerà, il giorno arriverà.

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Pubblicato da: OscarQ | gennaio 25, 2014

Dove sei?

Manchi.
Qui.

Pubblicato da: OscarQ | dicembre 23, 2013

In fondo ad una strada

All’entrata della stazione c’è una fontana. In fondo una strada, e in fondo a quella strada un fiume. Casa tua sta dietro l’angolo.
I fili si sfilacciano, i nostri sentimenti si sbilanciano, nemmeno più il richiamo che abbiamo modulato mi dà risposta. Potrei stare nei nostri luoghi una vita intera, ma vivrei come un ubriaco che mendica un’idea, un silenzio in cui si sbanda, dove ogni appiglio è un’illusione che si sgretola e la salvezza è l’inopportuna sua promessa.
Ti sento ancora respirare nelle mie notti insonni, quelle che ti avevo promesso di scacciare dai tuoi occhi. Il tuo respiro… Si dissolve come la brezza di terra all’alba quando sembra primavera, è l’inizio dell’autunno che ti inganna.

Ora sono in questa stazione, guardo al di là di quella fontana, in fondo ad una via, vicino ad un fiume.
C’è una casa dietro l’angolo: l’aria è ferma, mi volto e il mio treno non c’è più. Non resta che camminare.

Pubblicato da: OscarQ | novembre 21, 2013

Tempo

Che volete che vi dica?

Non ho tempo di pensare a me, figuriamoci a lei!

E forse proprio per questo, per la mancanza di tempo per me, che
lo cerco e lo trovo per pensare a lei.

Pubblicato da: OscarQ | novembre 19, 2013

Un ridicolo errore

Ora non vi parlerò di niente di poetico. Nemmeno di politica né di cucina, e neppure di fai da te.
Vi scrivo di un errore, così ridicolo per una persona che ama scrivere da vergognarsi non solo di averlo commesso, ma anche di parlarne. Ma tant’è, è il mio modo per accettarlo.
È difficile per me, per quanto alla fine di questo articolo molti di voi penseranno di aver letto qualcosa di insignificante e che (di sicuro!) ci sono “cose più importanti”.

Premesso – ed è un’aggravante – che la mia attitudine nei confronti degli errori grammaticali e sintattici, soprattutto nei confronti di chi ne commette, è sempre stata di incontrollabile intolleranza. Siamo un popolo che presenta nella propria lingua nazionale quattro regole in croce, e non siamo nemmeno in grado di rispettarle, le violentiamo reiteratamente. Questo la dice lunga su tutta una serie di considerazioni che si possono fare sulla rettitudine di noi italiani, ma lasciamo perdere!
Fatto sta che una sera, in pochi secondi e in mezzo a sconosciuti il cui mestiere è proprio la scrittura e affini, mi sono trovato a ridicolizzarmi a seguito di una mia convinzione grammaticale errata (non so quando e come sia sorta, è oggettivamente impossibile che fosse costitutiva, ma quasi sicuramente fa parte di un cortocircuito di informazioni recente, al quale non riesco a risalire): ero convinto che l’avverbio “fa” fosse un’apocope, quindi “fa’”. Esattamente come il troncamento che si effettua con la voce verbale “fai”, quando diviene imperativo.
Succede, dite voi! Pensa alla salute,diranno altri… Invece sono d’accordo con chi afferma che non deve succedere e che inorridisce tanto quanto io me ne vergogno. Questo non legittima frasi dozzinali di sarcasmo becero della serie “Le maiuscole sai dove si mettono?”, tanto per gonfiarsi il petto come piccioni fradici e malati che infieriscono sulla carcassa di un qualsivoglia animale allo stremo delle forze, visto che ci si nutre di tutto quando non si trova soddisfazione in altro modo. Ma è un vizio tutto italico, quello di farsi grandi con chi in quel momento è più debole e subito dopo vendere la propria dignità appena l’uomo forte di turno appare dietro l’angolo, con il beneplacito delle emorroidi ormai lasse e sfiancate dagli innumerevoli atti di servilismo appena citato. E ricorda tanto l’Italia fascista, che tronfia conquista il Sud della Francia ormai stremata; perciò capisci che è la “forma mentis” di un popolo che non ha mai avuto niente da dire al mondo negli ultimi secoli, se non qualche guizzo isolato di scellerati geni a rischio internamento. Perciò me ne consolo quasi…

Lo sfogo in questione ha il duplice obiettivo di accettare e di ammettere:
– Accettare, di aver sbagliato (“io-che-non-sbaglio-mai!”) perché lo smacco per la mia autostima è notevole e inspiegabile.
– Ammettere, perché non mi vergogno di esser consapevole e sincero, non è nella mia cultura nascondermi dietro ad un dito oppure reagire come un balbuziente. Avrei potuto tacere e nessuno avrebbe mai saputo, avrei potuto fingere e trovare giustificazioni dove l’evidenza si è abbattuta come un tifone su quell’abitazione di paglia che era la mia fragile posizione. E invece non l’ho fatto, non sarebbe stato giusto, perché sono le piccole cose, gli eventi ridicoli e insignificanti che formano l’integrità di una persona e allenano l’animo a fronteggiare le sfide, quelle vere.

Sarò sincero:
mi sento infimo, ma al contempo mi sento meglio per aver urlato al mondo, in queste poche righe, che non mi nascondo. La testa sotto la sabbia non la metto, nessuno di noi dovrebbe mai metterla; lasciamo questa via d’uscita agli struzzi. Anzi… Ai piccioni!

Pubblicato da: OscarQ | novembre 3, 2013

Come cadaveri

Non ho più parole pulite.
Non ho più parole lavate e sciorinate.
Non ha senso impacchettare con carta lucida e fiocchi colorati qualcosa da scartare con violenza, strappando quel falso guscio di apparenza per scovarne il contenuto: l’importanza del concetto è l’essenza stessa, non la sua presentazione. Lustrare ogni singola parola la rende un veicolo stupido, buono per gli analfabeti dei percorsi. Quelle strade che le parole, rozze, fanno a piedi nudi tra i sassi aguzzi e l’asfalto rovente, in mezzo alle bestemmie del quotidiano e agli insulti caricati a salve ogni mattina, non devono esser cancellati, ma presentati come tali. Il sangue, i brandelli di carne, le urla lancinanti nell’estremo tentativo di fuggire dalla putrefazione dello scontato e del banale. Perché in fondo è colpa nostra, questa epurazione della lingua. Paradossalmente è stato sdoganato anche il turpiloquio più grezzo; è l’inizio della fine. Siamo noi i chierici ignoranti: non facciamo altro che interpretare e dare interpretazioni alle parole e alle frasi, che altro non hanno da dire che il loro significato, magari scoretto, ma schietto! Quindi per evitare i fraintendimenti bisogna cercare le parole giuste, centellinarle e scovarle nelle righe di un dizionario sporco e ammuffito. Ci seppelliamo sotto cumuli di macerie, di marce prospettive di vita, di progetti intrisi di bitume e liquidi organici di scarto, ma come se non bastasse vendiamo tutto questo al miglior offerente con sublimi tecniche di inganno commerciale. Fingiamo ciò che non siamo, rendiamo complesse anche le dinamiche più ovvie e scontate per aumentare la loro importanza, come se non fosse sufficiente essere, punto. E per questo scivoliamo nel ridicolo, e nel ridicolo sguazziamo, come cadaveri.

Pubblicato da: OscarQ | settembre 15, 2013

Stenti

Il primo bacio sotto il glicine lo ricordo bene:
non ricordo se fosse acqua o sale, se fosse dolce come il mare,
l’ho ritrovato in un angolo laggiù, in fondo, sulle rive di un lago che non ne sapeva più parlare.
Rime scontrate tra onde e torrenti, che dalle fronde dei rami raccolgono i lamenti, così scontate da farmi vergognare,ed aumentare la vergogna che da tempo ormai mi assale,
e che rema come un remo schiantato contro i reni, lasciandomi i ricordi, rompendo le catene.

La conclusione ormai è la solita, io che scrivo e il tuo occhio che da anni più non mi rispetta. Frugando tra la polvere ho trovato una tua foto, ma non guardavi l’obiettivo, ma quell’aereo in volo, quel mattino.

Pubblicato da: OscarQ | agosto 22, 2013

L’eccesso necessario

Ti ritrovi così, sdraiato sul letto, la finestra sul mare, ad osservare quei fini granelli di polvere che vorticano intorno ai raggi di sole.
Non sai cosa vuoi, non sai cos’hai, nemmeno cosa sei; e cosa sarai neanche a parlarne!

I movimenti sono lenti, il respiro profondo, il sogno superfluo e gli occhi aperti dei quadranti d’orologio che mantengono costante l’incedere del tempo.
La cenere di ricordi resta adesa alla mia pelle, e non la voglio dilavare. Non voglio annegare per pulizia: una tabula rasa è inutile già il giorno della nascita, e poi perché? Chi lo vuole? Chi me lo impone? Per quale motivo devo modificare il mio passato come se non fosse mai esistito, come se fosse una propagine del presente?
Ve ne sono a sufficienza di ostacoli, non ne voglio altri da chi dovrebbe aiutarmi ad affrontarli.
Riordino l’essenziale e sfrutto l’eccesso, non posso farne a meno, mi è necessario non per vivere, ma per sentirmi vivo.

Pubblicato da: OscarQ | agosto 21, 2013

Un’unica vita

Basta poco per sorridere, basta poco per sentirsi cullati, basta quel poco così concentrato che in realtà è tanto, ma tanto davvero. A volte siamo così annebbiati dal nostro egocentrismo innato e dagli impegni quotidiani, ma basta poco, un complimento, qualche parola messa al posto giusto, per sentirci solleticare il cuore dal sangue che fluisce. E chi te lo fa fare di fermarti? Chi te lo fa fare di non spingerti oltre i limiti umani, morali, imposti, assunti?

“Quante vite ho?” dovrebbe essere l’unica domanda, a cui vi è un’unica risposta…

Pubblicato da: OscarQ | agosto 20, 2013

La cortesia del tempo

Sono giorni in cui vorrei fare tutto ciò che non mi è concesso, giorni in cui non impiego nemmeno un secondo per venire a capo dei miei doveri.
Trovo il vuoto dentro me, mentre ruggisco come un gatto ferito da eventi che nemmeno conosco a fondo. L’essenziale non basta più, il superfluo e l’effimero incalzano, nulla deve durare più di pochi minuti, perché tutto ciò che dura pesa, e tutto ciò che pesa è una zavorra per un corpo allo stremo delle forze.
La nostalgia della giovinezza nel silenzio dei luoghi d’origine preme come una pressa dritta al petto, ormai sfiancato dagli anni di peregrinazioni senza meta; mi libererei,del mio vagabondare, se solo ne fossi capace. Ma non ne posso fare a meno: è la ricerca continua di me stesso, del senso dello sgretolamento dei ricordi tra le mani come argilla seccata al sole. Dove finirà la polvere del passato, quel passato che nella mia testa è sempre più presente? Ne dovrei fare un messaggio ben articolato e sigillarlo in una di quelle bottiglie con quei tappi a pressione, sapete, di quelle che i mungitori erano soliti usare per trasportare il latte ai clienti nelle vie del paese. E poi lasciar scivolare la mia bottiglia sulle onde dell’oceano di farse e sospiri che ci circonda, nella speranza canonica che non vada a fondo accompagnata da stridenti violini scordati.

Ma devo ammettere che la cortesia del tempo che scorre è quasi commovente: una vertigine d’anestesia prima di lasciarti nel petto quel moncone di cuore in grado di consentirti la sopravvivenza, nella costante scalata quotidiana di vette sempre più elevate.
Dovrei imparare a star lontano dai pericoli, ma il brivido di esser sfiorato da slavine è più avvolgente del comodo tepore del camino nel rifugio.

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