Pubblicato da: OscarQ | ottobre 29, 2008

Puck

Hai detto giusto: sono proprio io quell’allegro notturno vagabondo

Sogno di Una Notte di Mezza Estate

W. Shakespeare


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Pubblicato da: OscarQ | gennaio 23, 2016

Essere noi stessi, davvero!

Leggo (senza giudicare, faccio giusto una considerazione) tanta pesantezza in tanti articoli, ed è possibile che a volte ci caschi pure io.
Intendiamoci, nulla di male, sia chiaro! Forse è una mia sensazione distorta, forse sono un amante viscerale del minimalismo e le troppe piroette e i tanti fuochi d’artificio linguistici a volte mi allappano.
Non saprei come spiegare la mia sensazione, ma delle volte mi domando perché scriviamo e parliamo tanto senza dire nulla. Non per volontà, quanto per un certo pudore comunicativo e un rispetto ipocrita che ci spinge a usare paroloni, a fare discorsi contorti pur di non urtare la sensibilità di nessuno, ma in definitiva non viene detto niente!
Ma se restiamo così retorici ed equilibrati, quando ci evolviamo? Quando rompiamo gli schemi per andare oltre le nostre zavorre culturali? È rischioso, certo! Si può apparire ridicoli e fastidiosi, ma perché non provare? Perché accontentarsi del caldo del proprio camino, guardare la neve dalla finestra, immaginare le sensazioni che potrebbe dare toccandola e assaporarla, ma non uscire mai perché fuori fa freddo?
In fondo non è proprio l’azzardo delle azioni e del pensiero, quando vengono lasciati liberi di esprimersi senza freni inibitori o tabù, ad anticipare i cambiamenti della società così da permetterci di essere davvero vivi?
Credo molto nelle tradizioni e nella storia propria e dell’uomo in generale, ma non quando funzionano da freno paternalistico e non ci permettono di scoprire nuove forme di organizzazione e di ricerca della felicità (in senso lato, non entriamo nel filosofico altrimenti non ne usciamo più).
Insomma… Siamo veramente noi stessi quando scriviamo e parliamo oppure è tutto filtrato e, quindi, falsato da noi stessi e dai limiti che la società ci impone?

Pubblicato da: OscarQ | gennaio 19, 2016

In breve

Mi destreggio nella vita con la goffaggine degna di un gabbiano a corsa in mezzo al fango.
Mi illudo di sperare, e più spero più mi illudo, e poi spero e poi mi illudo: insomma sono una molla, sono a spirale e mi allungo e mi accorcio in base alle fasi della vita.
Amo le persone, le rispetto fino al midollo, ma sto più volentieri da solo a causa di una misantropia ed una supponenza intrinseche delle quali non so fare a meno: credo di aver bisogno di disintossicarmi da me stesso.
Trovo ridicoli i riti laici, come tali fini a loro stessi, personali o collettivi che siano. Trovo ridicole anche le superstizioni, mentre le religioni non citiamole nemmeno. Ma mi metto sempre i calzini al contrario (tutte le sacrosante mattine), lancio il sale dietro la schiena quando me ne cade un poco a terra – “Non ci credo, ma prendo le mie precauzioni.” (cit.) – e bestemmio, rigorosamente in privato, con la frequenza di un frullatore ad immersione di ultima generazione, e perciò ammetto l’esistenza di un qualsivoglia dio, evidentemente scansafatiche e abbastanza distratto.
Maniacalmente ordinato, a modo mio: mi levo le scarpe ogni volta che entro in casa e le allineo davanti alla porta, ma non ho la minima intenzione di mettere in ordine quella stessa casa. Tanto piegati nell’armadio o spiegazzati sul letto, i vestiti da qualche parte devono pur stare. E di certo non spreco tempo a rifarlo tutte le mattine, tanto la sera lo devo disfare, il letto.
E pure l’umore non fa eccezione: disordinato e sfatto!
Tuttavia sono coerente, questo non lo si può negare: faccio sempre ciò che mi pare senza tener conto di nessuno, soprattutto di me stesso, e senza tener conto di niente, innanzitutto delle mie precedenti azioni.
Ma sento il peso della vita, quello sì, che consuma i giorni come olio speziato in una lanterna, il dolce profumo del tempo che se ne va, intriso di ricordi che non torneranno più, e il fumo negli occhi dei giorni a venire, speranza acre che brucia le pupille, inevitabile desiderio e sofferenza.
La pelle viene solcata da sottili rughe come terra fertile fresca d’aratro e pronta a germogliare e i capelli bianchi sbocciano come margherite al sole. Sembra primavera, peccato che per me inizia l’autunno. Non dico che faccia freddo e nemmeno che vorrei tornare ai giorni insignificanti dell’estate: amo le foglie colorate che cadono leggere al suolo e l’odore della pioggia che inzuppa la terra, però eviterei volentieri i raffreddori frequenti del cuore e le allergie sociali che sfociano in sospiri continui.
Che dire! Non mi posso lamentare, ma non voglio smettere di credere nell’incredibile!

Pubblicato da: OscarQ | gennaio 16, 2016

È bello ritrovarti

È bello ritrovarti:
trovarti di nuovo,
come la prima volta, come altre volte,
anche questa volta.
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma,
e tu resti.
Passa il tempo, si modifica lo spazio, le dimensioni si affollano e il mondo è sfuocato,
ma passi come una fotografia in un quadro impressionista.
Sfiori i contorni, i riverberi dei secondi, la mia percezione esplode
e dici:
“Non ho fatto niente. Io sono così.”

Pubblicato da: OscarQ | gennaio 11, 2016

Libera

Se mai fossimo stati insieme,

ci siamo lasciati.

Contro la mia volontà,

ti ho lasciata.

La tempesta è finita da tempo. Non hai più bisogno di un porto sicuro,

di acque tranquille e di notti serene.

Il vuoto che ti separa dall’orizzonte

mette i brividi, ma è solo l’inverno che finisce.

Coraggio! Spiega le vele e soffiaci dentro a pieni polmoni:

brezza e armonia, naviga in solitudine.

Un giorno raggiungerai altre terre

e proverai emozioni se possibile più intese,

prima di partire di nuovo,

ma non avere fretta né timore.

E quando ne avrai chiudi gli occhi

e pensa al mio abbraccio caldo e ai miei baci semplici,

a quel punto non potrai più tremare:

guarda lontanto, sorridi e stringi forte con le mani il timone.

 

 

 

 

Pubblicato da: OscarQ | maggio 19, 2015

Cose

Ne succedono di ogni
ne succedono ovunque
ne trovi a iosa di queste cose.
Cose cose cose,
soltanto cose,
come suona bene questa parola:
cose.
Definisce la materia semplice,
ma la si usa come sostanza impalpabile:
si dice “quella cosa”  per inglobare tutto.
Si dice “Che cosa?”  per cercare la spiegazione a tutto.
Poi si caricano i discorsi di tutte le parole del vocabolario per dare sostanza, definire, limitare, valutare, sintonizzare, considerare, non sbagliare mai.
Non sbagliare, non sgarrare, non travisare, non interpretare, non fraintendere, non supporre, e poi ti sfianchi, spossato, e perdi lo slancio, e tutto si fa polvere nell’aria e non resta nulla,
una finta e fragile consapevolezza che tutto è perfetto,
quindi è il nulla.

Basterebbe il silenzio,
ma ce ne accorgiamo sempre tardi.

Pubblicato da: OscarQ | maggio 17, 2015

Mangi una mela davanti a me

Mangi una mela davanti a me.
Sai che non mi piace,
ma non importa,
mi chiedi sempre se ne voglio uno spicchio.
Sorrido e ti dico:”No, grazie!
Sai che non mi piace…”
Sorridi, e poi cambiamo discorso.
E allora compro una mela,
la taglio a metà.
Prendo un biglietto:
scrivo il tuo nome.
Lo sdraio sui semi come una coperta,
la ricompongo e la metto al sole a scaldarsi.
Attendo.
Ho piantato quei semi questa notte, annaffiato la terra e accarezzato il vaso.
L’alba è là.

Pubblicato da: OscarQ | maggio 3, 2015

Un tuo solo cenno

C’era una donna che entrava da un cancello aperto
ed io fuori senza avere le chiavi.
C’era un uomo che pescava ami rotti
con pietre di scoglio e granelli di sabbia.
C’era il silenzio che scrosciava sulle tegole,
c’era un treno che scivolava sulle onde,
un venditore ambulante: odori d’oriente, colori di niente, dolori di sempre
e il tuo incontro con i miei occhi
e le sensazioni che non tocchi.
Uno straccio bianco che sventola alla finestra,
si sfilaccia, soffre, ma resta
e arresta forse per la troppa tenacia il vento che lo fronteggia.
Credo, e questo è vero.
Attendo, infinito, un tuo solo cenno.

Pubblicato da: OscarQ | novembre 4, 2014

Nove giorni

Nove giorni di pioggia là fuori ,
nove note d’asfalto bagnato.
Non mi toccare,
non mi guardare,
lasciami stare,
lasciamo fare.

Di aghi e di spilli qua dentro,
di grida e di litigi roventi.
Non ci sono vie d’uscita per noi,
non c’è mai stata vita.

È la cenere che resta dopo aver ceduto
e ritorni ogni notte in ogni sogno
che alla sveglia si trasforma nell’incubo di quei nove giorni.

Pubblicato da: OscarQ | giugno 23, 2014

21 giugno

C’erano i fulmini sulla pelle salata
c’era l’aria e i ricami sulle onde
c’era la terra e quel silenzio che mancava,
si parlava di nulla:
di fantasmi che si guardano allo specchio
della conoscenza che ci servirà nell’aldilà
e dei ricordi macinati come grano.

“Ricorda! Una nave prende il largo quando meno se l’aspetta…”

E in fondo è vero,
si decide meno di quanto ci si ritrova a vivere.
Bisogna esser abili anche a naufragare.
Il sale sulle labbra lascialo:
voglio che la mia saliva diventi mare.

Pubblicato da: OscarQ | aprile 26, 2014

Come si dicono le cose semplici

Te lo dico così,
come si dicono le cose semplici: mi sento vuoto senza te.

Senza la tua anima fatta corpo al mio fianco,
senza quelle tensioni che ci attraevano come poli opposti,
senza quell’insignificante bottiglia d’acqua che cercavi al bordo del letto nel mezzo della notte.

I risvegli forzati ogni mattina,
la volontà di prendersi per mano,
e accompagnare le difficoltà dell’altro
verso una soluzione che da soli ci si illude di trovare,
perché il libero arbitrio permette di decidere,
ma solo come sbagliare.

Zoppo, una stampella di legno marcio,
un orizzonte solitario.
È quello che hai voluto,
è ciò che ho accettato, come un liquido rovesciato da una bottiglia
in un bicchiere e su un tavolo.

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